Bucce d'arancia sul fronte di Nord Est
Claudio Calandra

(Fonte:http://www.cjargne.it/libri/BUCCE-ARANCIA.htm)

Innanzitutto si tratta di un romanzo storico nel senso più autentico del termine: una storia di fantasia si dipana e cresce entro una cornice storica assolutamente vera, tanto più vera ed autentica per chi ha vissuto o vive tuttora nei luoghi narrati. Veri infatti sono i luoghi geografici dei monti e dei fiumi (Pal Grande, Pal Piccolo, Freikofel, Promosio, Malpasso, Bût...), dei paesi e delle città (Timau, Cleulis, Tolmezzo, Arta, Treppo, Udine...); veri sono i nomi propri che maggiormente sono in uso nelle nostre valli (Sjulin, Otto, Mariute, Almute...); veri sono gli episodi di guerra ed i fatti particolari narrati, accaduti in quel periodo (la battaglia del Pal Piccolo, i ricognitori austriaci, il bombardamento di Timau, il santuario del Cristo, il grande obice posizionato a Casali Sega...).
Storicamente veri sono i generali italiani ed austriaci comandanti delle rispettive zone militari sul confine italo-austriaco (Lequio, Rohr...) e storicamente veri sono i due preti: il siciliano calatino don Luigi Sturzo (allora pro-sindaco di Caltagirone e futuro fondatore del Partito Popolare) e il carnico pre Florio Dorotea (allora curato di Timau), i quali svolgono un ruolo chiave nella intera vicenda personale dei due protagonisti del romanzo.
Nel trattare questo materiale storico, l'autore dimostra una assoluta padronanza della materia, che deriva non solo da una personale ricerca storica ma anche dal fatto che egli ha vissuto (e continua a vivere, tuttora, appena può) in questi luoghi a lui noti e conosciutissimi, certamente carissimi alla sua memoria (vedi anche il suo primo autobiografico romanzo Do Svidanija, ambientato in Carnia nel 1944-45).
Lo sfondo su cui si muovono i protagonisti del libro è dunque quello della Prima Guerra Mondiale che l'autore, con sapiente dosaggio e grande acume tattico-strategico, sa magistralmente lumeggiare in varie pagine, fino a far rivivere (e quasi vedere immaginandole) situazioni belliche sul fronte ed in trincea e nelle retrovie, che solo le sequenze di un film riuscirebbero a garantire: le descrizioni sono infatti precise e vere (quasi veriste) senza alcuna concessione alla reticenza o ad un malinteso rispetto umano; l'approfondimento psicologico di soldati e civili appare metodico e reale e rispetta assolutamente l'autentico sentire dell'epoca, facendo emergere le diverse posizioni nei confronti della guerra (il popolo non la voleva).
Questo romanzo, a mio avviso, farà conoscere soprattutto ai giovani il vero volto della Prima Guerra Mondiale, liberato e purgato da tutte le incrostazioni retoriche in cui finora era stato avviluppato, per essere restituito alla cruda realtà fatta di pidocchi, fame, freddo, gas asfissianti, impreparazione, incapacità di comando, tribunali di guerra, plotone d'esecuzione... Un romanzo che si inserisce perfettamente in quel solco tracciato da M.R. Calderoni con il suo "La fucilazione dell'alpino Ortis" (Mursia, 1999), al quale questo "Bucce d'arancia" può a buon diritto essere affiancato e costituire una naturale e più pervasiva evoluzione storico-letteraria.



Recensione Mondadori
Donne valorose e straordinarie, le Portatrici Carniche sono le protagoniste di questo romanzo, permeato di forti sentimenti, di dolore ma anche di speranza.
Madri di famiglia, ma anche ragazze giovanissime, le Portatrici erano adibite, durante la Grande Guerra, a rifornire le nostre trincee lungo il confine con l'Austria, salendo tutti i giorni in quota con il pesante carico sulle spalle di munizioni e materiali, sotto il tiro del cecchino austriaco.
Nella loro gerla portavano quello che serviva a un mondo di sofferenza e di sacrifici, di morti e di feriti, ma sulle loro labbra c'era sempre un sorriso, una parola di conforto per quei giovani affondati nel fango delle trincee. E qualche volta nasceva anche l'amore, come quello fra la portatrice Sciulin e il bersagliere Tano: un amore dolcissimo, ma ad occhi aperti, perché in agguato c'era sempre il ta-pum del cecchino. Ad occhi aperti anche per sognare il sogno più bello, che per Tano era quello di riempire un giorno la gerla di Sciulin di fiori, fiori della sua Sicilia, fiori d'arancio. Fonte: http://www.mondadoristore.it


Altri Libri:

 Do Svidanija
 I Girasoli di Boria   (Dedicati al Friuli invaso dai Cosacchi).



Testo tratto da: Andrea Vittoria Apostolo
https://www.vanillamagazine.it/le-portatrici-carniche-eroine-dimenticate-della-prima-guerra-mondiale/


Maria Plozner Mentil
In Italia è esistita un’unica caserma militare intitolata a una donna. Il 12 marzo 2016 quella caserma degli Alpini a Paluzza, in provincia di Udine, è stata dismessa definitivamente, per poi essere demolita pochi mesi dopo. Dell’edificio è rimasto solo un cippo commemorativo su cui è inciso il nome di colei a cui era intitolata la caserma: Maria Plozner Mentil.
Il nome di Maria Plozner Mentil è solo il più famoso e il più ricordato di migliaia di donne che la Storia ha accantonato fino a quasi dimenticarsene, ma il cui contributo è stato fondamentale per i soldati italiani di stanza in Carnia durante la Prima Guerra Mondiale: si tratta delle portatrici carniche. Una domenica del 1915, uno degli ufficiali stanziati in Carnia abbandonò per un giorno il fronte e discese nella valle del But, recandosi a Timau, il centro abitato più vicino al passo di Monte Croce Carnico. Gran parte degli abitanti era riunita in chiesa per assistere alla funzione domenicale, e al termine della messa l’ufficiale si avvicinò al sacerdote e gli comunicò le difficoltà affrontate dall’esercito italiano.
L’ufficiale pregò il prete di chiedere se qualcuno degli abitanti di Timau fosse disponibile a prestare servizio al fine di rifornire i soldati stanziati sulle alture della Carnia. Poiché la maggior parte degli uomini erano stati convocati al fronte, a Timau come nei vicini centri abitati la popolazione era composta quasi esclusivamente da anziani, bambini e donne.
Fu alle donne di Timau che il sacerdote rivolse l’appello dell’ufficiale. Inizialmente, la richiesta venne accolta con titubanza: non solo trattava di una missione rischiosa e faticosa, ma avrebbe sottratto tempo prezioso alla gestione della casa, alla cura degli animali e al lavoro nei campi, all’assistenza agli anziani, ai malati e ai bambini.
La voce si diffuse rapidamente, e in breve tempo alle volontarie di Timau si aggiunsero anche altre donne provenienti dai paesi circostanti, come Arta Terme, Paluzza e Rigolato. Il Comando Militare istituì dunque un Corpo di Ausiliarie, che dal 1915 al 1917 contò circa 1.500 volontarie. Le volontarie erano tutte donne, di un’età compresa fra i dodici e i sessant’anni. Il loro compito era di rifornire quotidianamente i soldati sul fronte carnico.